Il mondo si è fermato a Timbuktu

25 febbraio 2015 § 1 Commento

stefano vitale

é“Timbuktu” (2014) è un film del regista mauritano AbderrhamaneSissako, già vincitore a Cannes del Premio della Giuria Ecumenica e dl François ChalaisPrize. Ora è in corcorso per l’Oscar per il Miglior Film Straniero. Ed è un film speciale, che mette a disagio coi suoi tempi lenti ed i suoi scatti repentini, con le sue riflessioni sul senso del destino e la volontà di resistere all’ingiustizia ed alle assurdità della violenza e della religione dei fanatici.

Il disagio nasce forse anche dal senso di fallimento che aggredisce, lentamente, lo spettatore occidentale. Fallimento delle politiche occidentali del passato che hanno considerato l’Africa prima terra da colonizzare e sfruttare senza pietà poi da illudere e demolire con false promesse di democrazia. Fallimento delle politiche attuali che scatenano guerre e lasciano le popolazioni civili abbandonate a se stesse ed alle bande in lotta per il potere. Il film ci mette a disagio, perché è uno specchio deformato delle nostre certezze, perché ci fa sentire fortunati per non essere nati laggiù. Ma non è molto, anzi.

Dopo i fatti di Parigi, dopo la strage del “Charlie Hebdo”, il disagio cresce perché cresce la voglia di chiudersi e di bollare l’Islam come religione violenta e sanguinaria. Roba da fanatici, appunto.

Il regista, nato a Kiffa nel 1961, rielabora sotto forma di finzione alcuni fatti di cronaca avvenuti nel 2012 nel villaggio maliano Augelhok, in cui una coppia fu lapidata a morte perché non sposata.

Sissako costruisce un affresco, con rigore e tensione poetica, del dramma silenzioso di un villaggio dove domina la polizia islamica impegnata in una jihad in cui divieto si aggiunge a divieto.

Poi centra il suo sguardo su di una famiglia che vive tranquilla tra le dune del deserto. Sotto un’ampia tenda Kidane, Satima e la loro figlia Toya possono solo cogliere dei segnali di quanto accade in città. Ma il giorno in cui il loro pastore dodicenne si lascia sfuggire la mucca preferita che distrugge le reti di un pescatore nel fiume che scorre tra la sabbia, tutto però muta tragicamente. L’animale viene ucciso e Kidane non accetta quello che lui giudica un atto arbitario.

Da qui emerge ancora più drammaticamente il contrasto “interno” al mondo arabo tra, da una parte, uomini che vivono poveramente del loro umile lavoro ( di questo mondo fa parte la famiglia di Kidane equella del pescatore) che conosce l’armonia e la fedeltà ,quella vera e profonda, nelle relazioni parentali e con la divinità e, dall’altra parte, i jihadisti anch’essi poveri, che cercano a fatica nella lingua araba la loro radice mentre impongono con le armi norme che condizionano anche la più quotidiana delle attività avendo spesso di mira le donne.

Sissako ci fa percepire la distanza tra questi mondi e ci fa cogliere, appunto, il disagio di assistere ad un conflitto che comunque ci riguarda da vicino, che ci coinvolge e che appartiene anche alla nostra storia ed alla nostra cultura. Non è un film anti-islamico il suo: il discorso che l’imam locale fa, per difendere una ragazza data in sposa ad un soldato senza il suo consenso, al neofita jihadista ne costituisce la prova più evidente.

Qui il contrasto è tra una visione tollerante, dialogica, solidale dell’interpretazione dell’Islam ed un’altra rigida, sessista, violenta. Il film lancia  un grido di allarme verso un Occidente spesso distratto  e tendenzialmente incline a pensare che in fondo l’integralismo sia una pura forma di folle barbarie. Certo la religione viene usata per sottomettere intere popolazioni ma il regista è capace di leggere e indicare altre piste in questo deserto.

In una intervista ad Anna Maria Pasetti (Il Fatto Quotidiano, 14/2/2015) Sissako dichiara che “il ruolo dell’arte quello di respingere la barbarie e l’orrore attraverso i mezzi che le sono propri. E arte non vuol dire spettacolarizzare l’evocazione della barbarie. Perché così banalizzerebbe la violenza. Dunque per me era importante prendere le distanze nella rappresentazione di quegli eventi di cui parla in modo drammatico il film”.

L’arte diventa allora anche una forma di “resistenza”. Nel film sono memorabili le sequenze dei giovani che non smettono di cantare nonostante sia vietato dagli integralisti, e dei ragazzi che “mimano” il gioco del calcio non potendolo più praticare “in una sequenza lirica da pelle d’oca”. Sempre in questa intervista Sissakospiega “quando mi sono recato là e ho ascoltato i resoconti di coloro che erano stati presi in ostaggio e che hanno lottato talvolta in modo silenzioso, ho tratto ispirazione non solo per rappresentare i divieti imposti dai fondamentalisti di cui già sapevo, nel caso della musica e del calcio, ma soprattutto per mostrare che ci sono state delle forme di resistenza da parte della popolazione, di chi ad esempio ha sfidato i jihadisti cantando. Che lo abbia fatto a voce alta o nella sua mente, la gente ha cantato e per me questa è resistenza. Ciò è una lampante dimostrazione dell’assurdità di tali divieti: non si può impedire alla gente di cantare, né di giocare a calcio e che se mi proibite di farlo, io lo faccio lo stesso e se mi frustate, le mie grida si trasformeranno in canto. Ecco il senso del mio film in termini di resistente”.

Ed aggiunge infine “c’è una religione che è presa in ostaggio da fondamentalisti oscurantisti e bugiardi. Perché una religione non può incitare a uccidere l’altro, né non può dire ‘non devi mostrarti, devi coprirti altrimenti non sei…’. Spero Timbuktu dimostri con chiarezza che ci sono persone che sbagliano, trascinando pregiudizi sui musulmani innocenti”.

Un film raro e necessario, un film molto duro, teso, asfissiante, di quelli che non si dimenticano facilmente.

 

 

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