Educazione neotelevisiva

9 luglio 2015 § 1 Commento

é federico repetto

Educazione neotelevisiva. Formazione mediatizzata dei cittadini ed egemonia televisiva negli anni 80 e oggi.

  1. Il problema

“La televisiùn la g’ha una forsa de leùn… la televisiùn la t’endormenta cume un cuiùn” – cantava Jannacci agli albori della neotelevisione. Nel 1999 Mario Morcellini, studioso dei media e dell’educazione, invece avrebbe pubblicato, in polemica con vari pedagogisti e psicologi, un volumetto dal titolo provocatorio: La televisione fa bene ai bambini. La questione oggi può parere superata, come la stessa televisione generalista “calata dall’alto”: alla fine –a causa soprattutto dei canali tematici e di Internet- anche in Italia sono sostanzialmente diminuiti quanti la considerano piatto unico della loro dieta mediatica. Ma per capire il nostro presente –la situazione attuale della nostra cultura popolare- la questione televisiva resta molto importante. Tanto più che la pubblicità, che è diventata un fenomeno sociale veramente pervasivo da noi a partire dai tempi del boom delle tivù private, lo è a ancora oggi e si è prontamente trasferita nei nuovi media, mettendo sotto assedio anche quelli vecchi (si pensi alla pubblicità per telefono) e avvolgendoci letteralmente perfino sui mezzi di trasporto (ci sono autobus e treni la cui carrozzeria è fasciata dalla pubblicità anche all’esterno, finestrini compresi).

Per questo è importante comprendere il ruolo della neotelevisione commerciale egemonizzata dalla pubblicità nella formazione dei cittadini all’epoca della nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”. Nella mia tesi di dottorato (accessibile on line)[1] e in un’opera di prossima pubblicazione ho provato a esaminare i risultati delle analisi di diversi scienziati sociali che hanno studiato la neotelevisione italiana al momento della sua origine, per mostrare, su questa base, che era possibile comprendere la sua futura importanza per tale formazione. Proprio questa ricognizione dei casi virtuosi mostra però per contrasto come, più in generale, il problema del rapporto neotelevisione-educazione sia stato in gran parte frainteso o addirittura rimosso, sull’onda del fatto che in precedenza le teorie della manipolazione televisiva si erano dimostrate in gran parte infondate.

Impiegando un termine tipico della pedagogia, si può dire che negli anni 80 in Italia la tv commerciale alimentata dalla pubblicità (Rai inclusa) diventi un “curriculum educativo”. L’educazione di una grandissima parte dei nuovi cittadini cominciò a passare allora massicciamente attraverso tale curriculum televisivo, visto che le ore medie di televisione per moltissimi bambini e ragazzi erano ormai più o meno equivalenti nella quantità a quelle di scuola.

Quali che ne siano stati gli effetti reali, il suo progressivo ruolo nella formazione si è venuto affermando proprio mentre quello dei cittadini adulti e della scuola pubblica stava declinando, cosa che poneva, in ultima analisi, una questione di democrazia. Infatti l’onere e la responsabilità di formare nuovi cittadini in una democrazia liberale appartiene in prima istanza alle famiglie e alla scuola pubblica, anche se ci si aspetta dalla società civile, luogo privilegiato del libero scambio di opinioni, un contributo importantissimo di conoscenze e di proposte di valori e di stili di vita. Di questo luogo privilegiato fanno parte la conversazione tra minori coetanei (co-educazione tra pari, peer education) e la conversazione tra i minori e gli adulti in generale, in ambito associativo o in ambito informale; ma ne fa parte anche il mondo dei media commerciali nel suo complesso. E non solo nel palinsesto della neotelevisione, che di tale mondo stava divenendo il perno, era presente una quantità crescente di pubblicità, ma il palinsesto stesso risultava in gran parte condizionato nei suoi contenuti dalle esigenze degli inserzionisti. Perciò si può dire che da quel momento il mondo dell’imprenditoria abbia acquistato un peso straordinario nella proposta di valori e stili di vita destinata al curriculum televisivo.

Non sottolineo questo per porre un problema di manipolazione o di persuasione occulta, perché indubbiamente la cultura popolare non è di per sé passiva, ed è in grado di reinterpretare e ricodificare i messaggi che riceve, ma per sollevare una questione di eguaglianza dei cittadini e di equo accesso alla partecipazione alla vita sociale, richiesto dal comma 2° dell’articolo 3 della nostra Costituzione[2]: la sproporzione tra le possibilità dell’intervento educativo di chi non dispone che della propria voce e della propria cultura e di chi dispone del palinsesto televisivo è evidente. Più in generale, l’influenza eccessiva di un’élite o di un gruppo sociale contemporaneamente in diverse sfere (in questo caso economia e media), costituisce un pericolo per gli equilibri basilari e per l’essenza stessa di una società liberaldemocratica, come argomentò magistralmente Michael Walzer in Sfere di giustizia.

Malgrado le analisi degli scienziati sociali di cui ho parlato all’inizio, nel complesso questo crescente peso dei privati nell’educazione pubblica negli anni 80 è stato sottovalutato tanto dalla gran parte dei ricercatori che dai politici. Certo, una parte di questi ultimi, cattolici e marxisti in particolare, si sono opposti chiaramente alla commercializzazione spinta della tivù, ma spesso con un’ottica troppo condizionata da prospettive a corto termine e soprattutto dal problema del controllo dei media in funzione del voto.

Inoltre una parte dell’opinione pubblica era preoccupata, talora fino all’isterismo, a causa di certi contenuti televisivi (in breve: sesso, violenza, immoralità) precocemente offerti ai bambini e ai ragazzi; persisteva inoltre ancora la paura del medium in quanto tale, della sua presunta potenza suggestiva e ipnotica.

Certo, porre la questione dei contenuti televisivi offerti indiscriminatamente dalle tv ai minori era legittimo, anche se ciò poteva essere confuso con un invito a tornare alla vecchia censura clericale che aveva imperversato fino a poco prima. Se i parenti hanno il diritto-dovere di occuparsi dell’educazione dei figli, hanno anche quello di occuparsi dei contenuti di tale educazione veicolati dai media (negli Stati Uniti, portati sempre a proposito e a sproposito come esempio di liberalismo, è stato a questo scopo realizzato un filtro che esclude dai canali disponibili ai figli i contenuti che i genitori considerano inadatti, e più tardi filtri analoghi sono stati realizzati per Internet).

D’altra parte è vero anche che i genitori italiani hanno spesso rinunciato, per scelta o per necessità, a questo diritto-dovere per quanto riguarda la tv, o, se anche hanno tentato di esercitarlo, talora non hanno avuto la competenza mediatica per farlo. Ma non si tratta di un problema privato dei genitori. Educare i figli è anche un dovere sociale, e la democrazia può funzionare effettivamente solo quando genitori e scuola pubblica, senza dipendere da altri poteri, sono in grado di garantire una formazione adeguata ai futuri cittadini.

Molto più gravi, anche se ovviamente differenti, furono le responsabilità dei vari partiti politici: se quella più ovvia è consistita nel favorire o tollerare l’avvento del duopolio Rai-Mediaset (oltre tutto in spregio alle mitiche leggi del mercato), fu molto grave anche la totale inerzia –o colpevole ignoranza– rispetto al problema delle conseguenze che l’affermazione del nuovo medium avrebbe potuto avere sul sistema scolastico tradizionale. Il linguaggio della cultura orale e scritta, delle favole e della letteratura, rischiava di essere reso in gran parte obsoleto dal nuovo linguaggio televisivo, se la scuola non si fosse premunita cercando in qualche modo di renderlo compatibile con il proprio –in particolare attraverso l’introduzione sistematica della media education. Sotto questo profilo anche gli insegnanti –certo mal pagati, non formati pedagogicamente e mal coordinati, nonché spesso oggetto di critiche pregiudiziali o impietose– non hanno mostrato, nel momento dell’impatto della neotelevisione, una particolare sensibilità ai nuovi problemi, anche a causa di una tradizione culturale centrata sulla scrittura e timorosa dei nuovi strumenti tecnici.

Il sistema dei media moderni e in particolare quello delle emittenti neo-televisive -ben più pervasive del cinema, dei fumetti o della paleo-televisione Rai- si poneva ormai, negli anni 80, come un importantissimo potere esterno alle due principali agenzie educative (famiglia e scuola) che prendeva ormai  parte in modo massiccio al processo formativo. Ma esso aveva come motore essenziale la pubblicità. Antonio Pilati nel 1987 si compiaceva già del fatto che la programmazione della nuova televisione commerciale, la parte più importante dei “prodotti della conoscenza”, era soggetta, grazie all’intermediazione della pubblicità, alla guida e al dominio delle imprese[3]. Se si accetta l’idea che ogni individuo sia un imprenditore (in effetti esso è un’impresa che investe sullo sviluppo del proprio “capitale umano”, una volta chiamato “forza lavoro”) questa direzione egemonica è certo il massimo della democrazia. Se viceversa si prende in considerazione l’entità reale delle imprese capaci di investire massicciamente in pubblicità, si troverà che tale direzione in ultima analisi è esercitata soprattutto da un numero limitato di aziende oligopolistiche, benché certo le tv commerciali degli anni 80, e senz’altro quelle di Berlusconi, abbiano dato spazio alle piccole e medie imprese prima escluse dalla Rai di Carosello.

  1. La dimensione storica comparativa: l’”anomalia italiana”

 

All’estero (e naturalmente anche da noi) si è parlato spesso di “anomalia italiana”. Ci si riferisce ad una situazione d’insieme che comprende sia l’esistenza del duopolio televisivo (come anomalia rispetto alla concorrenza), sia l’insieme della normativa italiana in materia di tivù (l’assenza completa di una vera legge sull’emittenza privata nel periodo 1976-1990, e l’incostituzionalità o la dubbia costituzionalità di tutte le leggi successive), sia il conflitto d’interessi berlusconiano nel cuore dello Stato, sia l’origine televisiva di Forza Italia, divenuto partito di maggioranza. Il termine “anomalia” sembra fare riferimento agli aspetti caratteriali degli italiani, inclini all’informalità, all’irregolarità e magari all’imbroglio, e anche l’egemonia televisiva è spesso vista all’estero come sintomo di arretratezza civile e culturale[4].

Qui, anziché parlare di anomalia, preferisco parlare di specificità storica italiana. Il sottosviluppo di lungo periodo dell’istruzione popolare della penisola è certo un fattore specifico importante per la comprensione della situazione degli anni 80 e anche di quella di oggi.

L’Italia unita si trovò in una situazione tragica di arretratezza culturale rispetto al resto del mondo occidentale. Secondo le stime, la lingua italiana al momento dell’unificazione era compresa e parlata da una percentuale della popolazione tra il 2,5% e il 10%, e gli analfabeti erano il 78%. L’Italia nel 1874 dichiarava ufficialmente (probabilmente sottovalutando il fenomeno) un 48% di analfabeti, contro il 15% dell’Inghilterra, l’8,7% degli Usa, il 2% della Germania, l’1% dei paesi scandinavi. Inoltre il paese era spaccato in due, essendo il tasso di analfabetismo del Sud molto più elevato di quello del Nord – e lo restò sempre anche dopo l’inizio della politica nazionale di alfabetizzazione.

Solo dopo la seconda guerra mondiale l’analfabetismo si riduce all’8% (1951), e il numero dei diplomati e dei laureati aumenta significativamente. Ma sarà solo la diffusione della paleotelevisione, a partire dal 1954, che, vista in tutti i bar, in pochi anni stimolerà notevolmente l’uso popolare della lingua italiana, rendendola finalmente di universale comprensione[5].

La diffusione dei quotidiani era storicamente e resta anche oggi in coda rispetto ai paesi industrialmente avanzati e la loro lettura è appannaggio di una minoranza colta. La cattiva qualità dell’istruzione, o almeno di quella secondaria, il peso dell’abbandono scolastico e l’analfabetismo di ritorno incidono notevolmente anche adesso sul livello culturale della popolazione italiana[6]. La nostra tradizione culturale, spesso letteraria, classicista, antitecnologica, ha sempre contribuito a rendere diffidente la gente comune rispetto agli intellettuali. La stessa cultura della sinistra universitaria sessantottina non mancava di termini astrusi e di locuzioni sapienziali.

La paleotelevisione prima e la neotelevisione poi (diffusasi molto più capillarmente tra la gente) si sono dunque inserite in un contesto ben diverso da quello dei paesi più avanzati, e hanno rappresentato il mezzo che finalmente apriva per i ceti meno colti una finestra sul mondo, ciò che non avevano potuto avere attraverso la cultura scritta e che permetteva loro di superare i complessi nei confronti di chi aveva ricevuto un’istruzione formale. Su una situazione del genere poteva far leva più facilmente il populismo televisivo. Situazione che viceversa non è immaginabile in Stati in cui i diplomati siano da molto tempo la maggioranza e in cui la lettura dei giornali sia da molto tempo radicata in vasti strati della popolazione. Anche la televisione commerciale ha dovuto a sua volta adattarsi al pubblico italiano.

Veniamo alla nostra specificità in termini di politica attuale. Possiamo definire populista, o meglio ancora antipolitica, la coalizione di partiti di destra di nuova generazione, caratterizzata da un leader che si è qualificato proprio per la sua diversità rispetto al mondo della politica e dei partiti e per la sua origine di imprenditore televisivo. Se confrontiamo l’Italia attuale con gli altri paesi dell’Europa occidentale, vediamo che, benché i partiti populisti o antipolitici[7] certamente non vi manchino e riescano spesso a ottenere una rappresentanza parlamentare, solo nel nostro paese una coalizione di essi è potuta rimanere a lungo al governo.

Definito a grandi linee il problema, esporrò ora alcuni preliminari di metodo che ho impiegato nella mia ricerca.

  1. Alcune premesse di metodo

 

Piuttosto che degli effetti del medium televisivo, conviene limitarsi a parlare delle possibilità di influenza da parte della cultura pubblicitaria sull’educazione-formazione neotelevisiva dei giovani. I suoi effetti non sono qualcosa di prevedibile, visto che fino ad oggi la sociologia della comunicazione non ha raggiunto un accordo su quali teorie degli effetti dei media possano essere considerate fondate scientificamente[8]. Del resto anche gli effetti dell’educazione in genere (familiare, scolastica, televisiva, tra pari, ecc.) sono ben lungi dal poter essere previsti.

La questione delle sproporzionate possibilità di iniziativa e di influenza da parte di una minoranza di privati sull’educazione dei giovani, piuttosto che come una questione di sociologia della comunicazione, può essere indagata come una questione storica, e l’indagine sarà esplicitamente condotta sulla base di determinati valori politici e costituzionali, come la possibilità di partecipazione di tutti alla vita sociale e culturale (art. 3 Cost.), incluso il processo educativo. Sarà considerata anche come una questione di egemonia culturale. Tale egemonia, cioè è un fenomeno culturale che ha, sul lungo periodo, delle ricadute politiche: l’élite che la detiene può riuscire ad ottenere, grazie ad essa, un consenso preliminare a tutta una serie di scelte pratiche.

L’egemonia culturale non è la pura capacità manipolatoria di determinare nell’opinione pubblica certi significati, ma la capacità di controllare l’agenda, i temi, il linguaggio della comunicazione pubblica e di inserirsi in modo propositivo nel processo educativo delle nuove generazioni, in un rapporto circolare in cui non è solo l’emissione dei messaggi che è importante, ma anche la capacità di ascolto e di feedback dei poteri emittenti rispetto ad un pubblico minorile culturalmente attivo.

In senso gramsciano e marxiano, la cultura egemonica sarebbe l’espressione di una classe sociale in senso proprio, ma è possibile –e più utile, a mio avviso- considerarla come l’elaborazione di un’élite o di un gruppo di élite[9].

L’egemonia non è da considerarsi in nessun modo un concetto scientifico ma un quadro concettuale per il lavoro dello storico. Essa ha un valore euristico ed ermeneutico: aiuta cioè a formulare delle ipotesi di ricerca e stabilisce il campo di significati di cui ci si occupa -in particolare i significati che assumono la convivenza e il legame sociale per i cittadini, significati che sono decisivi per il consenso al potere politico e sociale.

 

 

  1. Le origini dell’egemonia culturale neotelevisiva

Il processo di formazione di tale egemonia va dalla nascita delle televisioni private (1976) ai referendum su tv e pubblicità del 1995, che costituiscono, a mio avviso, il coronamento di tale processo in Italia. Sintetizzo qui alcuni dati di partenza della mia ricerca[10] che permettono di comprenderne meglio questo percorso:

A partire dal 1976 e nel corso degli anni 80 l’Italia, in comparazione con altri paesi industrializzati analoghi, è passata in tempi brevissimi da una cultura diffusa relativamente diffidente nei confronti della pubblicità e da una televisione quasi priva di pubblicità ad una dieta pubblicitaria super-rinforzata, la prima d’Europa. Anche se Pasolini aveva individuato negli anni del boom economico il primo momento della trasformazione “antropologica” del popolo italiano, si deve aggiungere che gli anni 80 costituiscono un nuovo momento di accelerazione e di penetrazione[11].

All’inizio degli anni 90, nonostante l’inflazione degli spot, l’attenzione per la pubblicità era altissima e la propensione al consumo (misurata su diversi indicatori dell’istituto Eurisko, specializzato proprio in questi campi) era aumentata in maniera notevolissima rispetto al periodo precedente, e –si noti- tale propensione risultava inversamente proporzionale all’età. E quindi chiaramente in relazione con la precoce esposizione al curriculum tivù.

Nello stesso periodo sono venute drammaticamente diminuendo le capacità di trasmissione diretta dei valori da una generazione all’altra. Secondo Mario Morcellini (cf. in particolare Passaggio al futuro del 1992) la differenza e la discontinuità delle competenze mediali e delle abitudini mediali tra generazioni è alla base della crisi della scuola e del rapporto giovani-adulti. Le idee, più che da generazione a generazione, si trasmettono trasversalmente tra frazioni di generazione (coorti) contigue, tra l’altro accomunate spesso dalla cultura musicale (naturalmente questo fa parte del trend generale di diminuzione della trasmissione intergenerazionale proprio delle società industriali e postindustriali, ma tale trend in Italia sembra avere un’impennata negli anni 80).

Come mostra un’ampia letteratura sociologica, in tale periodo all’identità sociale intesa come appartenenza di classe, o religiosa, o ideologica si è venuta velocemente sostituendo l’identità attraverso lo “stile di vita”, o meglio “di consumo”, con l’annessa identificazione a marche e griffe, e con l’ampia diffusione del culto delle star dello spettacolo e dello sport.

  1. Ipotesi interpretative

Questi dati storici possono certo essere interpretati in diversi modi e da diversi punti di vista. Ci si può chiedere se essi possano far parte di una sorta di progetto egemonico delle élite neoliberiste – economiche, politiche, culturali e intellettuali – al cui centro Silvio Berlusconi negli anni 80 assume una specie di leadership culturale, nel senso che i suoi media propongono dei contenuti esemplari anche per gli altri e sembrano egemonizzare le trasformazioni dell’opinione pubblica e del sempre più pervasivo mondo dello spettacolo e dell’entertainment.

E’ importante però premettere che non si devono sopravvalutare la forza e la novità di questo embrionale progetto egemonico. Esso da un lato nasce in una congiuntura favorevole, quella della sconfitta e del disorientamento della sinistra (politica, sindacale, intellettuale) a cavallo tra anni 70 e 80. Dall’altro ha come risorsa una cultura popolare già radicata –nonostante le ricordate difficoltà di trasmissione. Il neoliberismo neoconservatore, con i suoi valori individualistici[12] e favorevoli al mercato, ma anche antistatalisti, antipolitici, estranei alla solidarietà e alla cooperazione, ben si poteva incontrare con alcune concezioni radicate nella cultura popolare del nostro paese –per un verso al centro della crescita economica mercantile europea dal basso medioevo all’inizio dell’età moderna e per un altro spesso dominato da signorie dispotiche e da governanti stranieri- e soprattutto con la più recente ma consolidata diffidenza nei confronti dello Stato unitario.

La questione che ci interessa è se c’è un progetto dietro tale cultura. Essa è senza dubbio creata apposta per piacere ai telespettatori -quindi è il loro specchio, si dice. Ma non si deve dimenticare che deve servire anche agli inserzionisti. Deve riflettere in qualche misura i loro valori e deve essere in qualche misura conforme ai loro interessi. Questa chiave di lettura non è certo l’unica possibile, ma è stata a lungo tralasciata dall’analisi sociale, anch’essa dominata dal mainstream neoliberista.

Prima ipotesi: la neotelevisione commerciale è specchio del pubblico ma sul lungo periodo concorre a educarlo attraverso la selezione di certi contenuti tra quelli ad esso graditi.

Due autori molto diversi e, direi, opposti, come Noam Chomsky e il berlusconiano Antonio Pilati sono d’accordo nel dire che il “prodotto” della tv commerciale è il pubblico che essa “vende” agli inserzionisti. Sul breve periodo questo significa che un’azienda televisiva efficiente attrae un pubblico esistente già formato culturalmente, selezionandolo grossolanamente per gusti, opinioni ed età in funzione degli spot dei diversi prodotti da reclamizzare. In condizioni di mercato più o meno concorrenziali, sul lungo periodo però dovrebbero prevalere quelle aziende televisive che sono capaci di produrre il pubblico nel senso forte di contribuire a formarlo, a educarlo. Si tratta di saper mediare tra la domanda del pubblico minorile e gli interessi degli inserzionisti, e di contribuire a educare fin dall’infanzia il pubblico che gli inserzionisti preferiranno “comprare” per somministrargli i loro spot, cioè il pubblico consumista. Se agli inserzionisti non interessa una tv che non sa raggiungere i gusti del pubblico, non interessa loro nemmeno una tv che non serve alle vendite e che non promuove la dimensione del consumo: il pensiero neoliberista (ma anche certe frange libertarie) si è così compiaciuto per la scoperta che la tv rispecchia democraticamente i gusti del pubblico, da dimenticare questo secondo aspetto.

Quindi, in regime di concorrenza, dovrebbero attrarre più pubblicità sul lungo periodo quelle tv che possono vantare il pubblico più consumista, da esse formato e ad esse fidelizzato.

In realtà in Italia le condizioni erano ben lungi dalla concorrenza perfetta, che del resto nel settore del broadcasting televisivo non si trova da nessuna parte, anche se altrove autorità antitrust, organismi di controllo e regolamenti per l’autonomia amministrativa e culturale della tv pubblica hanno disegnato quadri ben migliori. Così da noi, per vari motivi, già sul medio periodo venne a formarsi il duopolio Rai-Fininvest. Comunque, anche senza concorrenza perfetta non si può negare che le grandi tv commerciali (Fininvest, Rai e pochi altri) abbiamo cercato di educare il pubblico al consumo, come il loro apologeta Pilati –e lo stesso Berlusconi per quanto lo concerne- hanno vantato. Diversi studiosi hanno mostrato che da noi la pubblicità abbia significativamente influenzato, non solo gli spot, ma i palinsesti in generale, e specificamente quelli della programmazione rivolta ai minori.[13]

Quest’opera strisciante di educazione al consumo è stata probabilmente agevolata dalla domanda spontanea dei giovani telespettatori, che chiedono modelli da imitare, ma che insieme chiedono conferma della loro capacità di porsi come soggetti autonomi rispetto agli adulti. La risposta altrettanto spontanea del mercato è quello di suggerire loro di diventare autonomi soggetti di consumo. E questo ci collega alla seconda ipotesi.

Seconda ipotesi: la neotelevisione si è inserita potentemente nel gap comunicativo tra le giovani generazioni e quelle adulte, conseguendo per sé grande autorevolezza e favorendo contemporaneamente la perdita di autorevolezza degli adulti.

Alcuni autori americani già negli anni 70-80 hanno interpretato la tv come un fattore di svalutazione del prestigio e dell’autorevolezza dei genitori e in generale degli adulti, e addirittura dei politici (in particolare Meyrowitz). Molti indizi confermano questa tesi anche per la neotelevisione italiana degli anni 80; a ciò si aggiungano le considerazioni già citate di Morcellini sul gap comunicativo tra generazioni legato alle diverse competenze e gusti mediatici.

Tuttavia non bisogna trascurare il fatto che sono numerosi i fattori storici di tale svalutazione e che non sarebbe certo facile stabilirne il peso relativo.

In generale la considerazione dei minori verso gli adulti e la capacità di questi ultimi di trasmettere direttamente la loro eredità culturale nel mondo moderno industrializzato e scolarizzato tendono da molto tempo alla diminuzione[14], ma in particolare la contestazione del 68 ha dato uno scossone molto forte ad una famiglia e ad una società conservatrici come quelle del nostro paese. E’ altresì vero che la generazione del 68 ha preferito non trasmettere la propria esperienza di ribellione e di attiva innovazione ai suoi figli, e che la cultura di sinistra e sindacale si è demoralizzata per la propria sconfitta. Ma se alle successive generazioni non sono arrivati i fermenti cooperativi e solidali, è arrivata però verosimilmente la generale svalutazione dell’autorità.

Come si è detto, la appropriazione-rielaborazione della cultura neotelevisiva da parte delle generazioni in formazione avviene nella forma della discussione tra pari coetanei, o nel confronto con le coorti più prossime, piuttosto che con la generazione precedente. Per cui alla fine la generazione cresciuta negli anni 80 si è formata in gran parte appropriandosi -attraverso la rielaborazione tra pari- della cultura mediale mainstream. E’ dunque partita quasi da zero in quest’opera di acculturazione, avendo come patrimonio di valori democratici e come strumento critico essenzialmente la cultura giovanile alternativa delle coorti precedenti. E’ ovvio che, in una situazione di vuoto come questa, la tivù è potente per la debolezza di tutti gli altri. Quindi interrogarsi sulla sua autorevolezza vuol dire anche interrogarsi sulla decadenza, sulla svalutazione, sull’auto-svalutazione o sull’abdicazione delle altre agenzie educative, che hanno cause proprie indipendenti di varia natura.

  1. Punti problematici

La mia ricerca suggerisce dati su cui riflettere e alcune interpretazioni di essi non in linea con il pensiero unico neoliberista, ma vuole soprattutto riportare all’attenzione del pubblico e dei ricercatori problemi che sono stati da esso rimossi. Ne elenco qui alcuni più importanti.

1) L’influenza sull’”agenda formativa” (l’agenda setting educativo) da parte degli inserzionisti e delle tv commerciali configura un vero progetto egemonico, in senso pieno, o è un fenomeno spontaneo, non programmato, derivante automaticamente dal gioco degli interessi?

Si deve sicuramente escludere un progetto egemonico in senso pieno. Carlo Carboni, nei suoi studi sulle élite italiane[15], ha messo in dubbio che esse siano veramente capaci di progetti egemonici (e ciò è confermato anche da Carlo Galli[16] nel suo libro sulle “élite riluttanti”). Egualmente gli studi di storia dell’industria italiana di Luciano Gallino ci mostrano, oltre ad élite politiche incapaci -o noncuranti- di una vera politica industriale, elite manageriali e padronali alle quali il potere delle grandi concentrazioni capitalistiche dà illusioni di onnicompetenza in settori dove invece aumenta sempre più la specializzazione, elite, infine, capaci soprattutto di sollecitare aiuti di Stato sulla base di appoggi politici e di deviare i propri capitali dall’investimento industriale a quello finanziario. Non si vede come gruppi di potere di questo genere, con personaggi talora oscillanti tra la pirateria finanziaria e il delirio narcisistico, potessero esprimere un progetto egemonico forte e chiaro, ed esercitare una leadership autorevole. Infatti in Italia non si vedono le tracce di qualcosa di simile a quel progetto egemonico verticale che sembra aver caratterizzato il neoliberismo neoconservatore americano, in cui la proposta culturale scende dalle grandi fondazioni e dalle loro pubblicazioni ai giornali e infine alla tv, e che implica la partecipazione e il finanziamento da parte di certi grandi capitalisti in collaborazione con determinate correnti politiche [17].

Guido Viale in un articolo di qualche anno fa dal titolo suggestivo -“La dittatura dell’ignoranza” – adombra una specie di progetto regressivo: la scuola viene lasciata andare allo sfascio, mentre alla gente è destinata una cultura mediale gratuita ma inadeguata alla complessità sociale. E Berlusconi, coi suoi media dominati dalla pubblicità e con la sua politica spettacolare populista, è al centro di questo progetto.

Quello che Berlusconi ha veramente sdoganato è l’ignoranza; l’orgoglio di essere ignoranti; il disprezzo … di stampo fascista, per i saperi, qualsiasi sapere, e per i loro cultori; la pretesa di «fare» e saper fare anche senza conoscere e sapere[18].

A mio avviso, si può dire che si sia verificata la convergenza di trend diversi : da un lato la promozione della cultura dello spettacolo e del culto delle star, e il mito dell’ascesa sociale attraverso lo spettacolo o lo sport, dall’altro l’abbandono graduale e il sottofinanziamento della scuola pubblica e della cultura in generale – con il consenso del contribuente, con l’entusiasmo delle scuole private cattoliche e nell’indifferenza del mondo delle imprese (di vedute o troppo larghe –finanziarie e globali- o troppo ristrette –antistatali e provinciali). Questa convergenza si è realizzata pienamente solo con Berlusconi al governo, ma le sue radici culturali c’erano già negli anni 80 e 90. P. es., il telefonino si è imposto subito come oggetto di consumo e di moda, mentre il computer e Internet  -strumenti di sapere e di comunicazione ad ampio raggio- sono arrivati da noi con grandissimo ritardo. La nostra storia perversa ci ha portato a un punto in cui convergono l’interesse fiscale immediato dei contribuenti, la mancanza d’interesse per l’educazione e per la cultura da parte di molti strati di cittadini (l’élite non meno dei ceti medi), l’insufficiente propensione per la ricerca e l’investimento tecnologico da parte delle imprese, lo sviluppo quasi automatico (cioè non necessariamente intenzionale) della cultura pubblicitaria del consumo, che forma individui con forte propensione al consumo vistoso ma con minore propensione al lavoro-sacrificio.

Potremmo parlare dunque, più che di un chiaro progetto, di una “egemonia di default” della cultura pubblicitaria: dato che c’è stata una sconfitta operaia e una crisi della cultura del lavoro, e dato che, come sappiamo, sul lungo periodo c’è da tempo una crisi anche di tutte le altre culture sociali, politiche, religiose, di default è in media accettato, o almeno non respinto, il messaggio pubblicitario, non essendoci (quasi) nessuna cultura popolare forte da contrapporgli orgogliosamente.

D’altra parte, nella cultura pubblicitaria dietro la massa dei piccoli e medi inserzionisti, certo lusingati e valorizzati dalle tv di Berlusconi, emerge il profilo oligopolistico della nostra industria nazionale. Quindi, alla logica concorrenziale impersonale dei soggetti più piccoli si sovrappone il compromesso (alternato allo scontro) tra i colossi dell’economia, che si muovono di fatto non solo sul piano economico, ma anche su quello politico e di immagine. Le scelte culturali dei grandi media si possono interpretare dunque anche come il risultato di una “tacita intesa”, resa possibile da una convergenza oggettiva di interessi tra vari poteri oligopolistici (inclusa la Rai e le altre imprese pubbliche), capaci per loro natura di agire intelligentemente di conserva in modo non appariscente, così come gli oligopoli della benzina spesso hanno regolato di conserva i prezzi  a danno dei consumatori. I già citati Carboni e Galli pensano che le élite italiane non abbiano un vero progetto egemonico di lungo periodo, ma tutelino costantemente i loro comuni interessi corporativi. Per questo non è necessario un vero progetto, ma basta un’intesa più o meno tacita.

2) Si può parlare di un’egemonia personale di Berlusconi?

A rigore l’egemonia culturale è una prerogativa di gruppo, perché comporta un’articolazione organizzativa complessa e perché le elite moderne sono troppo consapevoli del loro potere per cederlo davvero a un principe.

Tuttavia non si può dimenticare che nella storia recente delle élite italiane è presente anche una certa tendenza alla politica “patrimonialistica” (Ginsborg, Berlusconi: ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica, Einaudi 2003) e non manca chi ha visto in Berlusconi un “nuovo principe” (Pierre Musso, Berlusconi, le nouveau prince , éditions de l’Aube 2003).

In effetti nell’Italia repubblicana manifestazioni di patrimonialismo politico e tentativi di costruzione della propria notorietà e popolarità da parte di singoli membri delle élite non sono mancate neanche prima di Berlusconi, soprattutto attraverso il possesso di una squadra di calcio. Gli esempi di Achille Lauro, di Dino Viola (politico democristiano e presidente della Roma, all’inizio degli anni 80), della famiglia Moratti e della famiglia Agnelli (famiglia di senatori, deputati e anche ministri -proprietari della Juve come della Stampa) avevano già mostrato le possibilità di intreccio tra ricchezza patrimoniale, potere oligopolistico, possesso di media, accumulazione di un “capitale comunicativo personale” (notorietà, in altri termini), e infine partecipazione diretta alla politica. Cecchi Gori lo farà dopo Berlusconi, mentre Montezemolo preferisce la Formula 1 al calcio. Benché non proprietario di squadre o team sportivi, anche Carlo De Benedetti è abbastanza incline alla sinergia di patrimonio, media, cultura e politica.

Berlusconi però è quello che è stato più metodico ed efficace in questo tipo di ambizione. La sua popolarità e il primato della sua immagine rispetto a quella degli altri grandi capitalisti erano da lui sistematicamente perseguiti –ed effettivamente conseguiti, secondo le misurazioni condotte allora appositamente da Publitalia- già alcuni anni prima della sua “discesa in campo”. Tra l’altro, nonostante la mitologia da lui costruita che lo vuole milanista da sempre, Berlusconi, in origine interista, ha cercato prima di comprare l’Inter e non si è trovato d’accordo sul prezzo, e poi ha comprato il Milan facendo un affare[19].

Insomma, se l’immediato detonatore della discesa in campo fu il declino di Craxi, non si può escludere che anche in altre circostanze il suo immenso “capitale comunicativo personale” -nel 1991 secondo un sondaggio era l’uomo più stimato dai ragazzi[20] avrebbe potuto essere in qualche modo utilizzato “politicamente”.

Tuttavia nel 1994 la sua leadership propriamente politica sulle elite capitalistiche “riluttanti” era residuale, ancora una volta “di default”, nel senso che, in mancanza di migliori opzioni, queste soprattutto lo hanno lasciato fare, senza impegnarsi chiaramente[21].  Quindi la sua egemonia non si configura come “verticale”, ma si avvicina a una paradossale “egemonia orizzontale”. E infatti egli non si presenta come un membro dell’élite – come la “famiglia reale” degli Agnelli, o come Montezemolo, o lo stesso De Benedetti – ma piuttosto come “uno come noi”. Egli ha un’affinità culturale già data, evidente, con la cultura dell’impresa, del privato, dell’antipolitica (eredità storica piccolo borghese italiana che la sua tivù aveva rispecchiato e  moltiplicato): è “uno che la pensa come noi”. Ma è anche “uno che si è fatto da sé”: un uomo di successo del mondo delle imprese e insieme del mondo dei media, una star. E’ dunque un uomo comune di successo.

Massimo Panarari, riferendosi al periodo successivo alla discesa in campo, ha parlato di una “egemonia sottoculturale” di Berlusconi[22], un’egemonia organizzata essenzialmente attraverso i suoi media. Senza associarsi all’uso valutativo che sembra fare del termine “sottocultura”, bisogna riconoscere che egli comunque mostra che Maria De Filippi e Alfonso Signorini, e diversi altri conduttori e giornalisti specializzati nel culto estetizzante del corpo, nel mito del successo attraverso lo spettacolo, nel culto/gossip delle star, ecc., hanno stabilito un filo diretto col mondo, soprattutto giovanile, che segue questi culti e questi miti. Tuttavia già verso la metà degli anni 80 la strategia commerciale di Berlusconi, ideata inizialmente col contributo di Freccero, consisteva nel differenziare il target subculturale non solo delle diverse fasce orarie, ma anche delle diverse reti[23] (più tardi, come è noto, Fininvest avrebbe differenziato anche i tg). Considerando che il palinsesto è integrato con la pubblicità, ne consegue che l’azienda ha puntato al successo commerciale realizzando un’egemonia differenziata su subculture diverse. Tale egemonia allora era perseguita come risorsa commerciale, ma era suscettibile più tardi di trasformarsi in una risorsa politica.

Al centro di questa rosa di specifiche egemonie subculturali (cultura giovanile popolare, casalinghe, pensionati, ecc.) la Fininvest poneva su Canale 5 in prima serata la “tv delle famiglie”, che, entro certi limiti, pretendeva di unificarle nell’audience. Egualmente, “TV sorrisi e canzoni” era confezionato tenendo conto che sarebbe stato usato dall’intera famiglia. Tuttavia, in considerazione del pluralismo vigente (pluralismo delle reti berlusconiane, e pluralismo di televisori nelle case delle famiglie) e della differenziazione dei pubblici, più che di “egemonia sottoculturale”, è più corretto parlare di un’egemonia berlusconiana su diverse subculture. Queste diverse subculture presumibilmente convergono genericamente nel concedere un certo consenso, o quanto meno una certa attenzione, alle proposte di Berlusconi, in quanto creatore delle tv Fininvest, di “Tv sorrisi e canzoni”, di “Chi”, ecc., ma si tratta per ciascuna di un Berlusconi diverso con caratteristiche diverse: presidente-star, presidente-tombeur de femmes, presidente-imprenditore, presidente-uomo comune, ecc. (è noto che i suoi discorsi, quando è possibile, sono calibrati sull’audience specifica per ora e canale, e naturalmente anche i suoi giornali e periodici li re-interpretano per pubblici differenti).

Efficace sul piano dell’audience, della vendita di vari settimanali popolari e per la conquista all’ultimo momento degli elettori indecisi, l’egemonia berlusconiana “multi-subculturale” non era sostenuta da un progetto generale credibile, e questo comportava una potenziale debolezza anche sul piano dell’efficacia. In effetti l’adesione da parte delle élite economiche e dei ceti medio-alti nasce verosimilmente soprattutto dalla tutela dei loro interessi e privilegi (incluse per alcuni l’elusione, l’evasione, l’impunità giudiziaria, ecc.), mentre quella dei giornalisti e degli intellettuali è più spesso opportunistica, non esistendo un progetto universalistico altamente elaborato e riconoscibile a cui aderire – ed essendo il denominatore politico comune semplicemente il familismo o individualismo antipolitico privatistico tipico della tradizione italiana, rispecchiato e amplificato dai media.  Inoltre, proprio il carattere subculturale dell’egemonia di Berlusconi, insieme all’evidenza del fatto che difende privilegi propri e altrui e incarna il mito dell’uomo-impresa, dell’uomo fatto da sé, nonché i miti del mondo dello spettacolo e delle star, gli ha alienato costantemente le subculture legate al sindacato, alle iniziative civiche e ambientali, al volontariato, all’arte e alla cultura in senso tradizionale, ecc.

3) Quali sono stati i punti deboli dell’egemonia berlusconiana e le ragioni della sua crisi?

L’egemonia, che non si identifica semplicemente con il dominio, comprende la capacità di governare con il consenso dei governati, che non vuol dire pieno accordo e piena soddisfazione, ma almeno accettazione della legittimità dell’azione di governo. Come si è intravisto, proprio il carattere subculturale dell’egemonia di Berlusconi comporta dei rischi per tale accettazione. Si potrebbe dire che, aderendo troppo vistosamente ai valori – e alla prassi – di certe subculture, Berlusconi si demonizza da sé agli occhi di altre.

Partiamo dalle analisi del già citato Carlo Carboni[24], che distingue, sotto gli strati alti delle élite sociali, due grandi categorie di cittadini: la cittadinanza competente, uno strato del ceto medio di una quindicina di milioni di persone, dotati di livelli superiori di istruzione, che si occupano di politica anche quando non ci sono le elezioni, e che sono “la parte più moderna della società”; e la maggioranza dei cittadini: poco istruiti, legati alla cultura dei consumi, poco o nulla interessati alla politica (solo un terzo se ne occupa, ma soltanto in periodo elettorale), sostanzialmente conservatori, tanto quelli di destra che quelli di sinistra, essi sono “lo specchio della maggioranza delle nostre classi dirigenti”. La cultura berlusconiana è abile nel rivolgersi a quest’ultimo strato a fini di audience e tenta la stessa operazione a fini elettorali (non necessariamente con successo).

Ma in questa operazione smaccatamente propagandistica, che fa appello a valori tradizionali antipolitici e che usa di solito uno stile propriamente populista “sottoculturale”, si aliena la simpatia (non sempre e non necessariamente il voto) dello strato della cittadinanza competente. Tanto più che per una parte di tale cittadinanza (per esempio gli insegnanti) è motivo di frustrazione proprio la perdita del prestigio sociale che dovrebbe derivar loro dalla competenza, eclissato dal “sapere diretto” televisivo e dalla “dittatura dell’ignoranza”.

E’ dagli intellettuali di base di questo tipo, nonché dal mondo del volontariato, dell’ecologismo, dell’impegno antimafia e delle iniziative civiche -oltre che dal mondo sindacale- che sono venuti gli attacchi più chiari contro Berlusconi. Gli appartenenti allo strato dei cittadini competenti che non si riconoscono politicamente in Berlusconi tendono ad un rifiuto radicale e di principio della sua politica, proprio perché le sue bugie sono ostentate e offendono la loro competenza. Sembra invece poco sensibile ai principi la maggior parte delle élite politiche di centrosinistra (per le quali essi alla fine spesso sono costretti a votare), interessate al compromesso col presidente-operaio e dedite alla sua de-demonizzazione.

In sostanza quella di Berlusconi non è stata una piena egemonia, perché essa non sapeva creare un consenso veramente generalizzato, mentre la sua semplice presenza al governo era da sempre, per un numero non irrilevante di persone, ragione di conflitto. I “valori” dell’illegalità, dell’economia sommersa, del lavoro nero, dell’arte d’arrangiarsi, ecc., difesi pubblicamente da un tesserato della P2 che si è tenuto in casa per anni un mafioso conclamato, sono per definizione non universalizzabili e creano un margine permanente di dissenso. Sono l’auto-demonizzazione di Berlusconi, appunto.

Il “rafforzamento” di un’egemonia intrinsecamente debole avviene solitamente -l’esperienza del fascismo lo insegna- attraverso la forza e la minaccia del ricorso alla forza, o, negli 70, attraverso la “strategia della tensione”, ecc., che tuttavia il governo Berlusconi fino al 2011 ha praticato in misura molto limitata, almeno rispetto a precedenti periodi della storia nazionale.

La crisi di consenso del suo governo nel 2011 si può collegare inoltre con le contraddizioni interne tra le sue diverse egemonie subculturali: il fatto che i suoi media abbiano stimolato determinate subculture, come quella dell’esibizione narcisistica, del gossip, dell’ostentazione del sesso, ecc. (a cui fa riferimento Panarari), e il fatto che alcuni dei suoi stessi media abbiano esaltato le avventure amorose di quello che dovrebbe essere anche un presidente-padre di famiglia, a un certo punto ha urtato anche una parte del pubblico della “tv per le famiglie”. Questo ha messo in crisi la credibilità di Berlusconi nel suo rapporto “diretto” (cioè mediale) con la gente, e forse ha permesso alla “maggioranza dei cittadini” di dare peso alle perplessità provenienti dalla “cittadinanza competente”, tra cui anche la parte di destra aveva maturato dubbi sulla sua linea di politica economica. Certo è però che il detonatore dichiarato della grande manifestazione “Se non ora quando” è stata la “questione sessuale”.

Una ragione di indebolimento di lungo periodo è poi il calo dell’audience della tv generalista e l’ulteriore frammentazione del pubblico. Se la tv commerciale si era imposta come un mezzo moderno, più potente e meraviglioso del mondo della cultura scritta, il suo pubblico prevalente oggi vive male il digital divide rispetto alla generazione di Internet – ancora più moderna. La scelta di Internet come ambiente per gli attacchi radicali a Berlusconi (dal movimento viola ai meet-up di Grillo) è dovuta certo alle caratteristiche dei suoi utenti più assidui (cittadini competenti e giovani), e magari anche alla difficoltà di attaccarlo radicalmente su qualunque altro medium, ma in fondo anche al senso di differenza e di superiorità degli internauti rispetto al mondo della tv: l’immagine di Berlusconi è fatalmente legata alla tv generalista -non è un presidente-internauta. Del resto, la demonizzazione di Internet, tentata da anni dagli altri media, probabilmente non è riuscita, e la maggioranza verosimilmente sente Internet come una dimensione superiore di comunicazione, in cui non si trova ancora del tutto a suo agio o da cui è esclusa, piuttosto che come un pericolo per l’ordine e la famiglia.

Peraltro, il degrado del sistema educativo scolastico è ancora aumentato, e problemi complessi come quelli posti dalla crisi dell’euro restano comprensibili solo da uno strato limitato di cittadini. Tuttavia, Berlusconi non può più contare come una volta sull’autorevolezza propria e su quella della televisione generalista per far passare la sua interpretazione della realtà.

4) L’influenza della cultura pubblicitaria declina insieme all’influenza della televisione commerciale generalista?

Un’analisi delle inchieste recenti sulla condizione giovanile e degli ultimi Rapporti Censis-Ucsi sulla comunicazione in Italia mostra che le nuove generazioni, che pure vivono immerse nel mondo pubblicitario, sembrano guardarlo con meno interesse e con più distacco di quelle precedenti, educate prevalentemente dalla tivù commerciale generalista[25].

È vero che quella tivù non è scomparsa ma si è riciclata come “social tv”, cioè come tivù vista collettivamente attraverso i social media e commentata insieme agli altri fan. Ma è anche vero che la fruizione è sempre meno collegata con il palinsesto del canale e che ogni spettatore (attivo) si costruisce il proprio personale palinsesto, mentre si diffonde sempre più la fruizione in streaming dei film e l’impiego sistematico di Youtube. Anche i canali tematici e la pay tv contribuiscono ulteriormente alla frammentazione del pubblico.

Tuttavia, per quanto in ordine sparso, la pubblicità ha una presenza continua su Internet: le marche e i brand si autopromuovono in Rete attraverso i siti ufficiali, e anche su Facebook sono promossi gratuitamente dai loro affezionati consumatori attraverso i fan club – del resto gli utenti odierni di Facebook sono di solito nipoti, figli, o fratelli di fedeli telespettatori, oltre che studenti di una scuola disastrata. Inoltre i grandi siti, i grandi blog e le grandi piattaforme gratuiti naturalmente necessitano di un adeguato finanziamento, o ancora più spesso nascono essenzialmente a fini di lucro, e quindi fanno appello all’inserzione pubblicitaria. Per quanto percepita da molti con fastidio, essa ha almeno un minimo di legittimazione perché permette ai vari siti di esistere. Quindi, se non può creare una cornice continua e coerente come in tv, lascia almeno delle tracce.

Perciò il conflitto tra il corporate Internet, l’Internet-shopping, e l’Internet-spettacolo da una parte, e l’Internet cooperativo, peer-to-peer, open source e libertario-antimonopolista dall’altra è destinato a continuare.

È bene ripetere però che la Rete ha fornito ai nuovi movimenti e partiti potenti strumenti di informazione e di organizzazione. Resto convinto che anche in Italia essa abbia aiutato e stimolato ciò che si è mosso negli ultimi anni. Ma su questo non è facile dire qualcosa di nuovo[26].

Va osservato infine che, mentre il palinsesto televisivo, strumento delle grandi tv nazionali, perde la sua capacità di strutturare la nostra agenda culturale ed educativa, Internet è sempre più invasa dalla cultura pubblicitaria globale. Lo Stato nazionale ha perso sovranità di fatto e anche di diritto (autolimitazione costituzionale a favore del pareggio di bilancio secondo il comandamento dell’Europa e dei mercati), e contemporaneamente le già scarse tendenze egemoniche delle élite italiane sono contrastate dall’influenza della cultura globale e delle elite globali. Questo dovrebbe indurre i movimenti, le associazioni e i partiti che si oppongono al neoliberismo a cooperare sempre più strettamente a livello internazionale o almeno a livello europeo.

5)  Quando ci libereremo dalla politica-spettacolo?

Le elite italiane dunque perdono sempre più i loro contorni nazionali e l’egemonia culturale tende a globalizzarsi, diventando però ancora più soft e residuale. Nel frattempo ciò che resta della nostra politica, ormai svuotata, assume sempre più i contorni di uno spettacolo permanente. Non sembra nemmeno più che le sia veramente chiesto di governare, ma che essa serva prima di tutto ad intrattenere (come dice Freccero). Da questo punto di vista si può istituire un parallelo tra Berlusconi e Grillo, e tra questi due e Renzi.

La differenza (sia politica, sia di format) tra i tre non è certo piccola, ma lasciatemi sottolineare soprattutto la continuità e la somiglianza:

Tutti e tre usano o hanno usato potentemente il medium neotelevisivo. Di Berlusconi si sa. Ma anche Grillo sfrutta ancora una sua antica fama televisiva presso una parte del pubblico (si ricordi che è stato designato da un sondaggio Abacus del 1991 come il comico “più popolare” del paese, dopo 5-6 anni di assenza dalla tv), come pure la sua conoscenza della logica del mezzo, per cui è efficace anche l’assenza-quando-è-attesa-la-presenza (campagna elettorale 2013). Quanto a Renzi, è stato iniziato da giovane al mondo della tv da uno zio esperto in marketing e dall’esperienza con Mike Bongiorno. Già da presidente della provincia di Firenze compare alle “Invasioni barbariche”, organizza una web-tv provinciale e trasforma in eventi mediali i suoi atti amministrativi. La prima convention della Leopolda è stata subito presentata da lui a “Porta a Porta”. Il resto è ben noto.

Berlusconi e Grillo vogliono connotarsi come antistato, come esterni all’orrida casta dei politici, e mostrano simpatia per il modo delle imprese e per il libero mercato ad personam (la non piccola differenza è che Grillo prende sul serio la concorrenza e manifesta una sincera simpatia per la piccola e media impresa e una forte avversione per le posizioni dominanti). Renzi, anche lui fautore dello spirito di impresa, si distingue per il suo elogio per la “buona politica”, che però per lui è solo quella del sindaco o del “sindaco d’Italia”, che ha rapporti “diretti” (cioè mediati dai media e non dai partiti, dai sindacati, ecc.) coi cittadini.

Grillo e Berlusconi in campagna elettorale hanno offerto al pubblico il loro corpo (Freccero dixit), cosa che nella campagna 2013 non hanno fatto certo Bersani e Monti (che ha offerto solo il corpo del suo cagnolino); questa offerta avviene in tv, ma anche nella piazza reale –per essere poi teletrasmessa. Lo stesso ha fatto anche Renzi, che non ha mancato di girare l’Italia in camper seguendo l’esempio di Grillo.

Tutti e tre si danno da fare sul web-prosecuzione della tv, cioè sui social network. Secondo Corbetta e Gualmini, nelle elezioni amministrative la presenza dei candidati grillini sui social network più diffusi raggiungeva a malapena quella dei candidati PDL e PD, che per questo evidentemente hanno un servizio apposito (e fondi appositi); anche per le politiche, seguendo i dati forniti periodicamente a Rai-News24 da Giuliano Noci, vicerettore del politecnico di Milano e studioso di web, Berlusconi nella campagna 2013 è stato capace di provocare molta eco sui social network, in particolare su Facebook, che è quello più di massa e più televisivo, battendo nettamente Bersani. La risorsa di Grillo, oltre ai materiali forniti dal suo proprio blog, è stata invece il lavoro on line dei militanti e dei simpatizzanti. La forza di Grillo non è quantitativa, ma qualitativa: il radicamento on line e l’immagine del suo blog e del M5S contano più di campagne su twitter in cui i politici parlano tra loro e con i giornalisti. In questo senso neanche Renzi con i suoi tweet in sostanza batte Grillo: in effetti l’elettorato del PD anche nel 2014 è mediamente più vecchio di quello del M5S, segno che il suo messaggio più efficace è quello televisivo.

Un altro punto in comune tra Grillo e Berlusconi è la pretesa di superare le ideologie e inoltre, per Grillo, le differenze destra-sinistra. Entrambi hanno rotto con le tradizioni e si proiettano in un presente senza storia. E questo è in relazione sia con l’ideologia della “fine delle ideologie” di stampo neoliberista, sia con la riduzione della dimensione tempo al presente, legata ai grandi media, web incluso. Renzi è solo un po’ più cauto: si considera esponente di una sinistra “nuova”, ispirata a Blair. Tuttavia è lui che porta a compimento quella distruzione della tradizione comunista e in fondo anche della tradizione del cattolicesimo sociale, che era già nel progetto di fondazione (o autoaffondamento?) del PD.

Tutti e tre sembrano una caricatura del capo carismatico. Eco, nel ’94, interrogato su Berlusconi padre della patria, disse che gli italiani non amano veramente i padri autorevoli, ma al massimo gli zii, più complici e comprensivi (come Silvio). Paolo Ceri, nel suo libro su Berlusconi, nega che egli sia un vero capo carismatico: se egli si è “votato senza tregua alla causa” (un tratto necessario di questo tipo ideale), tuttavia il narcisismo, la ricerca di complicità e l’esibizione della vita mondana, ecc. sono in netta contraddizione con tale tipo. E tutto il suo movimento non ha nulla di carismatico, ma nasce sulla base di un’organizzazione pianificata e del marketing. A differenza dei veri leader carismatici, i suoi seguaci non gli sono fedeli, non lo seguirebbero chissà dove per compiere la missione “assoluta” del movimento: sono solo persone che hanno fiducia in lui a determinate condizioni. Io direi: sono fidelizzati (piuttosto che fedeli): tendono, per così dire, a sintonizzarsi innanzitutto sul suo canale. Ma non hanno rinunciato del tutto al telecomando. Nel caso di Grillo, la pura qualità di capo la nega prima di tutto lui; è possibile tuttavia affermare che sui militanti veri e propri egli abbia spesso un’influenza carismatica. Renzi invece afferma senza esitazione il suo ruolo di capo, ma sul piano simbolico non mi sembra poter aspirare neppure al ruolo di zio –al massimo è un fratello prepotente. Ma se non sono capi carismatici, che funzione hanno? Li chiamerei tutti e tre dei politici-vedette. Ultimi esponenti di quella politica spettacolo che Gianni Statera analizzava già negli anni 80. Lo strumento del loro rapporto col pubblico è la seduzione e la simpatia più che il richiamo a una santa missione.

Eppure qualche traccia di rapporto col divino la rivendicano tutti e tre: Berlusconi si pretende l’unto del Signore, Grillo (che in un film molti anni fa recitò la parte di un giovane che doveva fare la parte di Gesù e che finiva per immedesimarsi con lui) ha fondato il M5S il giorno di San Francesco, cui il suo sodale Dario Fo ha dedicato una giullarata e cui spesso allude egli stesso (da ultimo la marcia per il reddito di cittadinanza è avvenuta sul percorso Perugia-Assisi). Renzi infine ha rivendicato per sé, durante la festa di San Francesco 2014, il ruolo del ricostruttore dell’Italia, in analogia con la missione francescana di ricostruire la Chiesa.

Questa continuità della politica spettacolo nella nostra politica recente non dimostra però che l’opera di seduzione dei politici vedette sia sempre efficace. La risposta di molti cittadini (e sempre più di cittadini competenti e non indifferenti) è stata progressivamente il non voto. Diversamente dagli altri due, Grillo si è dato meritoriamente come obiettivo quello di recuperarlo, ma nelle elezioni europee del 2014 ha evidentemente fallito questo scopo.

Viceversa il referendum del 2011, che ha raggiunto finalmente il quorum, mostra che in determinate circostanze i cittadini competenti e i semplici elettori possono ancora attivarsi. Esso sembra segnare l’inizio di una nuova tendenza culturale, così come il referendum del 1995 segnò il trionfo della neotelevisione. Manca però una sua traduzione politica.

Quando avremo una “Buona Scuola” al servizio di tutti i cittadini, non solo degli imprenditori?

Il governo Renzi può sembrare più sensibile di altri alla Internet education. Ma la Buona Scuola di Renzi propone invece una drastica riduzione dell’autorità degli insegnanti pubblici assegnando alle aziende parti del percorso formativo. Nella peggiore delle ipotesi, ciò significa che si attribuisce al mondo dell’imprenditoria privata in generale una particolare autorità morale e pedagogica. Nella migliore (anch’essa discutibile) ci si illude che tale mondo sia solo fonte di conoscenze tecniche e neutro dal punto di vista dei valori. In ogni caso alla cultura imprenditoriale del consumo mediata dalla pubblicità, oggi relativamente in crisi, si assommerebbe la cultura imprenditoriale della competitività.

Due parole sulla Internet education. Essa, a mio avviso, richiede proprio una formazione critica che permetta di demistificare la pretesa della neutralità della Rete e in genere della tecnica. Tale formazione è possibile solo se la scuola riesce a fornire con autorevolezza un approccio alle nostre tradizioni e alle diverse culture. Nulla di più distante dall’utopismo cibernetico (sostanzialmente conciliabile con il neoliberismo), che propone le scuole interamente digitalizzate, in cui l’insegnante ha una semplice funzione di assistente, come nel caso delle Steve Jobs schools olandesi. Ai programmatori e alla cultura della rete passeranno dunque quei poteri e quell’autorità che prima erano del corpo insegnante.

Ma anche l’Internet education ha i suoi costi. L’autorevolezza dell’insegnante e della scuola dipende tra l’altro anche dal rigore delle conoscenze trasmesse e dall’efficienza dell’apparato disponibile. In teoria, il mezzo più razionale per finanziarla sarebbe una tassa fortemente progressiva sulla pubblicità sulla base del fatturato dell’inserzionista, tra l’altro per difendere le piccole imprese dalla potenza sproporzionata dei grandi marchi. Nell’attuale congiuntura una proposta del genere non sembra nemmeno proponibile. Ma, come non dobbiamo dimenticare -a causa della crisi- la questione vitale dell’inquinamento globale, così non dobbiamo dimenticare l’egemonia pubblicitaria.

[1]   Tesi di dottorato in Sciences de l’Information et de la Communication, sostenuta all’università Stendhal di Grenoble nel dicembre 2011, scaricabile interamente in pdf dalla pagina http://tel.archives-ouvertes.fr/tel-00690917. Riveduta e corretta e con alcune aggiunte, è stata pubblicata come Berlusconi et l’hégémonie publicitaire: l’éducation néotélévisuelle aux origines de la culture de la « deuxieme République », Éditions Universitaires Européennes, Saarbrücken, 2012. Poiché la struttura dei capitoli e dei paragrafi è in gran parte la stessa indicherò i riferimenti ad entrambe con R.2012 più l’indicazione di capitolo e paragrafo.

[2]       “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

[3]       Cfr. A. Pilati, Il nuovo sistema dei media, Comunità, Milano,1987, p.6, pp. 9-14 e passim.

[4]       L’Italia è stata vista però ben per tempo dagli analisti politici come il laboratorio di soluzioni politiche destinate ad essere imitate altrove, anche se molti media stranieri hanno preferito vedervi un caso anomalo legato al nostro presunto carattere nazionale. La seconda parte di Politique à l’italienne, a c. di Diamanti e Lazar, PUF 1997, è appunto intitolata interrogativamente « Une anomalie italienne? ».  Quanto al laboratorio italiano, per es. Pierre Musso ha visto in Sarkozy un imitatore di Berlusconi (Musso, Le sarko-berlusconisme, éditions de l’Aube, 2008).

[5]       Per questo quadro complessivo vedi R.2012, ch. 3, che cita varie storie della scuola, della lingua parlata e dell’industria culturale italiane.

[6]       Per questo quadro complessivo vedi Graziella Priulla, sulla pagina web http://www.nuvole.it/wp/la-democrazia-stremata-dei-post-moderni/ (“Nuvole” n.50, 2014).

[7]       Alfio Mastropaolo ha argomentato la scelta del concetto di antipolitica rispetto a quello di populismo in La mucca pazza della democrazia: nuove destre, populismo, antipolitica, Bollati Boringhieri, Torino 2005.

[8]       Cf. Sara Bentivegna, Teorie della comunicazione di massa, Laterza 2004.

[9]       Non è qui possibile discutere l’originaria concezione di Gramsci. Sinteticamente, considero la cultura come un ambito autonomo, nel quale si possono creare nuovi valori e concezioni; la cultura di un gruppo non è direttamente determinata dagli interessi dei suoi membri -da interessi considerati come già dati e oggettivi- ma contribuisce a sua volta alla costituzione e all’identità del gruppo stesso; è sulla base di una certa cultura che si può dare un senso agli interessi economici. Nella vulgata marxista la cultura (ideologia) sembrava direttamente determinata dagli interessi di un gruppo sociale già costituito, mentre essa contribuisce a sua volta alla costituzione e all’identità del gruppo stesso. Cfr. R.2012, § 5.1 del ch. 1.

[10]            Cfr. R.2012, ch.1 e 5.

[11]            Sul boom economico come momento di trasformazione ha insistito autorevolmente Guido Crainz. Non si intende contestare questa impostazione, ma piuttosto ridimensionarla, insistendo sul ruolo degli anni 80.

[12]      Cfr. Gozzini, La mutazione individualista: gli italiani e la televisione 1954-2011, Laterza, Roma-Bari.

[13]            Cfr. R.2012, ch. 5, § 4-7.

[14]      Cfr. Anna Oliverio Ferraris, Bambini e adolescenti nella storia occidentale, in Oliverio Ferraris, Bellacicco, Costabile, Sasso, Introduzione alla psicologia dello sviluppo, Laterza, 2009.

[15]      Carlo Carboni, La società cinica. Le classi dirigenti italiane nell’epoca dell’antipolitica, Laterza, 2008.

[16]      Carlo Galli, I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità, Laterza, 2012.

[17]            Cfr. R.2012, ch.1. § 9 e ch.5, § 7.

[18]      www.sinistrainrete.info/politica-italiana/862-guido-viale-la-dittatura-dellignoranza.htm

[19]      Turano, Fuori gioco, Chiarelettere 2012, p. 241 sgg.

[20]            Pubblicato nell’ultimo numero del 1991 del mensile “Prospettive nel mondo”. Cfr. R.2012, ch.1, § 7.

[21]      Cfr. Carlo Galli, cit.

[22]      L’egemonia sottoculturale, Einaudi 2010.

[23]  Paolo Martini riferisce l’esperienza di Freccero in Tv sorrisi e milioni : l’avventurosa storia dei divi e della televisione italiana, Grandi Edizioni Italiane 1985. Si veda anche dello stesso autore, La tv dimezzata: il palinsesto delle reti private in Italia (1981-1985), in “Comunicazione di massa”, gennaio-aprile 1985. Cfr. R.2012, ch. 1 §10 e ch. 5 § 6.1.

[24]      La società cinica, Laterza 2002, pp. 9-15.

[25]            Ho svolto più approfonditamente queste analisi nel cap.7 e nella Conclusione del lavoro che aggiorna la mia tesi, in attesa di pubblicazione.

[26]        Sul rapporto tra i movimenti sociali e Internet cfr. Lorenzo Mosca, e Cristian  Vaccari, a c. di, Nuovi media, nuova politica? Partecipazione e mobilitazione online da MoveOn al Movimento 5 Stelle, Franco Angeli, 2011, L. Mosca, I movimenti sociali tra resistenza e adattamento allo show iperreale della democrazia italiana, in “Comunicazione Politica”, dicembre 2014, e Rosanna De Rosa, Cittadini digitali. L’agire politico al tempo dei social media, Maggioli editore 2014.

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